venerdì 3 aprile 2015

Economia: Ponte sullo Stretto, riavviare percorso per la realizzazione

Il dato che ha colpito di più ascoltando la trasmissione "Petrolio", andata in onda su Rai1 nei giorni scorsi, non è stato quello di esaminare il ruolo dannoso e perverso, della corruzione (forse perché spesso le inchieste al riguardo partono in pompa magna ma strada facendo si sgonfiano abbondantemente) ma quello di valutare il rapporto inverso esistente tra alto
tasso di corruzione e bassa percentuale di infrastrutture necessarie e utili, compiute e fruibili. L'Italia infatti risulta essere il primo paese dell'UE nella classifica di corrotti e corruttele, mentre è l'ultimo paese europeo per la realizzazione delle infrastrutture che - come giustamente rilevato durante la trasmissione - "sono le vene che fanno circolare il sangue nel corpo del paese, e quando funzionano riescono a pompare ricchezza" facendolo vivere e prosperare. Lo scrivono in una nota congiunta su Il Calcestruzzo Giovanni Alvaro, Cosimo Inferrera e Bruno Sergi. Per converso  la Danimarca, buon ultima nella lista delle nefandezze erariali e tangentizie è la prima in Europa per opere infrastrutturali, tra l'altro, semplicemente spettacolari come il Ponte da fantascienza di ben 17 km che la unisce alla Svezia assieme ad un lungo tunnel sottomarino. E' un dato  che dimostra che la responsabilità del mancato "pompaggio" (e quindi la persistenza della crisi) è anche, se non soprattutto, nostra.  Certo, c'è pure lo zampino del "sistema Europa" dominato dagli interessi miopi di chi attualmente detta legge in quel di Bruxelles, e pensa soprattutto ai propri interessi nazionali, ma l'Italia è prigioniera delle sue stesse leggi. Bloccata dalle decisioni conflittuali definite "concorrenti" tra Stato e Regioni, sorte con la modifica del Titolo V della Costituzione (che, forse, sarà abolita), alle discrasie giudiziarie in danno dello stato di diritto; dal ruolo, a volte esuberante e distorcente, del ramo amministrativo della giustizia, ai codici dai mille codicilli (più di ventimila leggi a fronte delle sei o settemila prodotte in Francia e Germania) che alla fine lasciano sul terreno le cosiddette "opere incompiute", a loro volta fonti di  contenziosi con lo Stato. Infine motivo di grande scalpore, per la perdita di credibilità e prestigio, le decisioni politiche che violano il principio del "pacta servanda sunt" stravolgendo addirittura gare internazionali regolarmente vinte, fattore di depotenziamento delle proprie imprese che all'estero realizzano opere mirabolanti. La vicenda del Ponte sullo Stretto appartiene a quest'ultima categoria. La mannaia che ne avrebbe decretato la fine è stato il portato di una legge, voluta dal governo Monti, ma la cordata vincente non vorrebbe fruire dei diritti violati per trarre l'esclusivo vantaggio economico previsto dalle penali per l'annullamento della gara a tutto danno della ineluttabile distruzione di speranze di riscatto delle terre del Mezzogiorno. Infatti l'ad della Salini Impregilo, Pietro Salini, pur potendo, assieme alle altre Imprese internazionali, coinvolte nell'appalto, decidere di "accontentarsi" delle salatissime penali previste, ha recentemente dichiarato di rinunciare alle stesse se si dovesse decidere di far ripartire il progetto che è un vero e proprio gioiello dell'ingegneria pontista orgoglio dell'Italia e di chi lo realizzerà [...]

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