giovedì 31 dicembre 2015

Mattarella, discorso di fine anno: ancora troppi giovani senza lavoro

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il suo primo discorso di fine anno rivolto agli italiani, sceglie una "atmosfera" familiare, di cittadino tra i suoi concittadini. Il capo dello Stato "rompe" gli schemi tradizionali, "abbandona" le stanze ufficiali del Quirinale e parla agli italiani non seduto dietro una scrivania ma dal salotto dei suoi appartamenti privati, posti al terzo piano.
Il messaggio per gli italiani è di vicinanza: dopo l'apertura del palazzo del Quirinale al pubblico, Mattarella vuol far sì che gli italiani entrino direttamente nella casa del Presidente. Sullo sfondo, in primo piano, le bandiere dell'Italia, dell'Europa e della presidenza della Repubblica. Poco più dietro, una rosa di Natale e un tavolo con sopra una campana di vetro contenente un presepio artistico, della tradizione napoletana. «Buonasera, un saluto molto cordiale a quanti mi ascoltano e gli auguri migliori, altrettanto cordiali, a tutte le italiane e a tutti gli italiani, in patria e all'estero; e a coloro che si trovano in Italia e che amano il nostro Paese. A tutti un buon 2016». Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha aperto il tradizionale messaggio di fine anno. «L'anno che sta per concludersi - ha proseguito il Capo dello Stato - ha recato molte novità intorno a noi: alcune positive, altre di segno negativo. Questa sera non ripeterò le considerazioni che ho fatto, giorni fa, incontrando gli ambasciatori degli altri Paesi in Italia sulla politica internazionale, e neppure quelle svolte con i rappresentanti delle nostre istituzioni. Stasera vorrei dedicare questi minuti con voi alle principali difficoltà e alle principali speranze della vita di ogni giorno. Il lavoro anzitutto. L'occupazione è tornata a crescere. Ma questo dato positivo, che pure dà fiducia, l'uscita dalla recessione economica e la ripresa non pongono ancora termine alle difficoltà quotidiane di tante persone e di tante famiglie. Il lavoro manca ancora a troppi dei nostri giovani. Sono giovani che si sono preparati, hanno studiato, posseggono talenti e capacità e vorrebbero contribuire alla crescita del nostro Paese. Ma non possono programmare il proprio futuro con la serenità necessaria. Accanto a loro penso a tante persone, quarantenni e cinquantenni, che il lavoro lo hanno perduto, che faticano a trovarne un altro e che vivono con la preoccupazione dell'avvenire della propria famiglia. Penso all'insufficiente occupazione femminile. Il lavoro manca soprattutto nel Mezzogiorno. Si tratta di una questione nazionale. Senza una crescita del Meridione, l'intero Paese resterà indietro. Le diseguaglianze rendono più fragile l'economia e le discriminazioni aumentano le sofferenze di chi è in difficoltà. Come altrove, anche nel nostro Paese i giovani che provengono da alcuni ambienti sociali o da alcune regioni hanno più opportunità: dobbiamo diventare un Paese meno ingessato e con maggiore mobilità sociale. Il lavoro e la società sono al centro di un grande processo di cambiamento. L'innovazione è una sfida che riguarda tutti. La competizione richiede qualità, creatività, investimenti. Impresa privata e settore pubblico, in particolare scuola, università e ricerca, devono operare d'intesa [...]».

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